Final Fantasy XV: Il Re è morto, lunga vita al Re!


La saga di Final Fantasy è una di quelle pietre miliari della storia videoludica difficile da affrontare e commentare con la dovuta lucidità. Da una parte c’è il timore reverenziale dovuto a storie e personaggi, ambientazioni e meccaniche che rappresentano, se non lo stato dell’arte, sicuramente un testo di studio per le generazioni di game designer a venire, dall’altro si deve ammettere che negli anni la saga ha avuto alterne vicende e in molti ritengono non si sia più rivelata capace di toccare quelle vette inarrivabili di poesia, emozione e giocabilità.

Tutto inizia nel 1986, quando il disilluso Hironobu Sakaguchi si presenta al cospetto di Shigeru Miyamoto, il papà di SuperMario (non Balotelli!) e grande capo di Nintendo, per proporre quella che sarebbe stata, nel caso avesse fallito, la sua ultima creazione come creatore di videogiochi, la sua fantasia finale: Final Fantasy, appunto. Se stiamo ancora qua a parlarne, ovviamente, il progetto non fallì, anzi vendette milioni di copie e rinverdì i destini della società, che allora si chiamava ancora Squaresoft.

Quel primo capitolo originò molti seguiti (benché, non essendoci alcun richiamo tra un episodio e l’altro ed essendo ambientati alcuni in mondi a volte medievaleggianti ed altri decisamente più steampunk/sci-fi, difficilmente si potrebbe definirli tali), che attraversarono letteralmente la storia videoludica. Fu, infatti, in concomitanza con la nascita di quello che sarà poi riconosciuto come il miglior titolo della serie, quel Final Fantasy VII di cui ancora oggi si narra e sogna (e di cui è stato promesso un remake ammodernato, tremo all’idea), che Square comprese che la cartuccia marchio di fabbrica di Nintendo non era più sufficiente a contenere la mole di dati del nuovo nato e si spostò su altri lidi, quelli della Sony e della sua nuova nata, la Playstation.

Vista la necessità di spingere il suo prodotto e la possibilità di dare uno schiaffo non solo morale all’ex partner tecnico-produttivo (vi dico solo questo: esistono una decina di prototipi, di cui almeno uno funzionante, di Playstation marchiati Nintendo e con i controlli del SuperNes), Sony decise di rendere Final Fantasy VII la sua killer application. Il resto è storia.

Lo scorso dicembre, dopo ben dieci anni di lavorazione, è uscito l’ultimo episodio della serie, che vede una grossa, enorme, immane innovazione nelle meccaniche dei FF. Prima i combattimenti si svolgevano in base ad un meccanismo noto come Active Time Battle, che gestiva i tempi di reazione e di esecuzione di ogni elemento durante le battaglie rendendole a turni ma non granitiche come in altre strutture ludiche, ma anzi flessibili a quasi tutti i risvolti strategico tattici che il giocatore poteva immaginare.

Nel corso del tempo era mutato parecchio dalla sua nascita e, in effetti, era già irriconoscibile in Final Fantasy XIII, ora invece ci viene totalmente portato via; l’azione è in tempo reale, il campo di battaglia è l’ambiente circostante e gli avversari sono perfettamente in vista tutto il tempo, fuori dal combattimento, e basta approcciarli per cominciare lo scontro. Da un gioco di ruolo alla giapponese, o JRPG, si è passati ad un Action RPG in una ambientazione Open World.

Il punto nodale del discorso però è se rende o meno. La risposta è Ni. Le idee ci sono, la frenesia e l’idea di essere in mezzo ad una battaglia ci sono, l’aver in pugno gli avversari quando si sta vincendo e, all’opposto, il timore di soccombere ad un oppositore più potente si avvertono e c’è spesso la possibilità di cambiare in male o in bene le sorti della battaglia, ma spesso ci si ritrova a schiacciare convulsamente il tasto d’azione secondo il principio sintetizzato da Trilussa ‘n’do cojo cojo’. Tanto non c’è il fuoco amico, curando quando serve e sperando in una provvidenziale invocazione divina (non in quel senso, poi vi spiego) in un caos che sa davvero poco di strategia di attacco e protezione, specie in alcuni scontri con i boss.

L’altra colonna portante di ogni JPRG in generale (e dei Final Fantasy in particolare) è ed è sempre stata la trama. In questo episodio abbiamo modo di partecipare ad una storia di formazione, alla crescita di un principe che deve imparare ad essere Re. Noctis, questo è il nome del protagonista che andiamo a controllare direttamente, erede al trono di Lucis, è in procinto di sposarsi con la nobile sciamana Lunafreya, come da accordi di pace tra Lucis e il regno di Niflheim. Per festeggiare degnamente viene mandato da Re Regis, suo padre, in un viaggio di addio al celibato in giro per il regno con la macchina imperiale, la Regalia, e i suoi tre migliori amici e guardie del corpo, Ignis, Gladius e Prompto.

Durante questo spensierato viaggio, Regis viene a sapere che i trattati sono andati a monte, che l’esercito di Niflheim ha invaso la capitale e che Sua Maestà è morto. Dapprima stordito dall’accaduto, viene informato ed aiutato dalla sua promessa sposa sul da farsi: rivendicare il trono attraverso la cerimonia del cristallo, conquistare il favore degli dei in modo da poterli invocare in caso di necessità (capito a quale invocazione divina mi riferivo?). Peccato che neppure Lunafreya conosce ogni sfaccettatura degli eventi e che molti non si svolgeranno come preventivato anche se, prima del finale, Noctis siederà di diritto sul trono che fu di suo padre.

Essendo un Open World, con missioni secondarie come se piovesse, seguire la trama principale diventa un po’ difficile, in ogni momento è possibile intraprendere o mollare queste o la trama principale, inficiando la consequenzialità della storia. Questo non è il peggiore dei difetti, anzi, per quelli che sono abituati a questo genere di ambientazione, tipo The Witcher o Xenoblade Chronicles X per chi li conosce, non è difficile stare dietro alla trama, che provocherà qualche difficoltà in più invece per chi è abituato a più controllati ritmi narrativi. Questo però succede fino ad un punto preciso della storia, quel confine netto che è rappresentato dal Capitolo IX!

Da qua in avanti pare di aver a che fare con un titolo totalmente differente, la struttura diventa diametralmente opposta, lineare, un lungo e stretto corridoio, in cui la storia non ci viene più, oltretutto, raccontata da filmati, ma andrà cercata tra i dialoghi delle poche persone attorno al party, dagli sparuti oggetti che troviamo sul nostro cammino e sommata agli eventi che già conosciamo. Solo così risaliamo ad una trama che vale la pena di seguire ma che non ci viene raccontata per chissà quale motivo… o meglio, si sa qual è il motivo, almeno in modo ufficioso.

Il gioco ha avuto una genesi che definire travagliata è dire poco. Sarebbe dovuto nascere anni fa con il titolo di Final Fantasy Versus XIII, seguendo di poco il già citato FF XIII datato 2009, frutto di un’idea di Square-Enix che avrebbe dovuto portare ad un universo portante dei suoi prodotti, sia videoludici sia puramente merceologici. Questo non è accaduto e dopo dieci anni di lavoro, licenziamenti, revisioni del progetto iniziale, cambiamenti al vertice, altre revisioni, tagli al budget, altre revisioni e una dead line ormai obbligatoria per non perderci la faccia è uscito, incoerente con le idee del primo direttore di progetto, Tetsuya Nomura, e frettolosamente messo assieme dal nuovo direttore subentrato nel 2014, Hajime Tabata. Questo pover’uomo, per quanto capace ed esperto, ha dovuto, in due anni, rimettere le mani a quanto c’era di incompleto e di completo per amalgamarlo al meglio, normale che non tutto gli sia riuscito. La narrazione è una di queste, peccato che non è proprio un elemento marginale.

Il risultato è un gioco piacevole, nelle sue modalità Open World, con missioni secondarie di recupero materiali e di caccia (sì, non sono molto varie ma restano divertenti) e la sua esplorabilità a bordo di una macchina che è a tutti gli effetti un personaggio di gioco e si possono cavalcare anche i chocobo. Di contro, ha appunto una trama interessante ma raccontata malissimo, prossimi DLC in uscita dovrebbero rimediare in parte a questo elemento, un battle-system senza infamia e senza lode e personaggi poco approfonditi, anche qua sono già stati annunciati dei DLC ad hoc.

Nel nome e nella genealogia è un Final Fantasy con tutti i crismi, nella sostanza e nella giocabilità siamo probabilmente nel punto più basso toccato dalla saga. Personalmente sono convinto che non sia stato stroncato dalla critica di settore solo grazie al suo pedigree o nella speranza di un seguito degno del nome che porta. Ve lo consiglio solo se siete dei fan della saga, ma se lo siete ormai lo avete già spolpato. Per altri che vogliono approcciarsi al genere RPG, all’occidentale o all’orientale, ci sono altri titoli ben più interessanti e migliori. Final Fantasy VII, per esempio.

Marco Parodi


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