‘Scrivimi fermo posta’ quando il romanticismo fa rima con capolavoro


E’ possibile innamorarsi follemente di qualcuno, con cui si intrattiene una fitta corrispondenza, pur ignorandone l’identità? Il tema, oggi più che mai attuale, visto il proliferare di social network e siti d’incontri, è alla base di un film (molto visto e molto amato) del 1998. Quel C’è post@ per te in cui Meg Ryan e Tom Hanks s’innamorano scambiandosi mail, ignorando di detestarsi (più per rispettivi preconcetti che per reali punti di vista divergenti) nella vita “reale”.

La copertina del dvd di ‘Scrivimi fermo posta’

Quel film, diretto e co-sceneggiato dalla specialista in commedie romantiche Nora Ephron, in realtà non faceva altro che rielaborare, in chiave contemporanea e tecnologica, Scrivimi fermo posta, grande classico firmato nel 1940 da Ernst Lubitsch, che a sua volta si era basato su una commedia teatrale scritta tre anni prima dal commediografo ungherese Miklós László. Le differenze rispetto al film della Ephron sono sostanzialmente due: una, scontata, di natura tecnologica (i due protagonisti scambiano una fitta corrispondenza epistolare) e l’altra logistica (anziché lavorare in due librerie concorrenti, Alfred e Klana sono entrambi commessi nel negozio di regali ‘Matuschek’s’, il ‘negozio dietro l’angolo’ del titolo originale)

Nonostante i due protagonisti fossero nati entrambi negli Stati Uniti, e James Stewart venisse già identificato come un’icona cinematografica del suo Paese, Lubitsch decise di ambientare questa straordinaria commedia degli equivoci a Budapest, simbolo di quella mitteleuropa che a lui, ebreo tedesco trapiantato a Hollywood, rimase sempre nel cuore. Fulgido esempio del ‘Lubitsch touch’ – ovvero la mirabile capacità di arricchire con un tocco personale e riconoscibilissimo ogni sua opera – questo film è universalmente riconosciuto come uno dei capolavori assoluti della cinematografia mondiale. Talmente rilevante da venir inserito nell’elenco dei 100 film più importanti del Novecento secondo il Time, nella lista dei film preservati nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti e figurare al ventottesimo posto (al primo svetta Casablanca) tra i cento migliori film sentimentali di tutti i tempi.

L’autore

Per cogliere pienamente la fondamentale importanza artistica di Ernst Lubitsch basti pensare che l’autore tedesco (successivamente naturalizzato statunitense) fu tra i primi, in un epoca in cui gli artisti erano considerati dalle Case di Produzione poco più che ‘pedine’ spostabili a piacimenti, a vedere il proprio nome posizionato prima dei titolo sui manifesti e negli elenchi del casting. Un onore (meritatissimo) dalle evidenti valenze commerciali: ogni film di Lubitsch era contrassegnato dal suo inconfondibile ‘tocco’ e, pertanto, richiamava moltissimo pubblico in sala.

Nato a Berlino (e non Vienna, come lui stesso sostenne lungamente) il 28 gennaio 1892, non ancora ventenne esordì come attore teatrale e, nel 1913, cinematografico. Passato dietro la macchina da presa nel 1919, iniziò a dirigere una sequela di film di grande successo commerciale che, su input della ‘fidanzatina d’America’ Mary Pickford, nel 1922 lo portarono a Hollywood. Nei successivi vent’anni passati nella allora nascente ‘mecca del Cinema’ Lubitsch lavorò le più grandi sta dell’epoca come la connazionale Marlene Dietrich, Greta Garbo, Carole Lombard e Miriam Hopkins.

Pur impegnato anche alla regia di alcuni film drammatici (su tutti, l’ottimo L’uomo che ho ucciso, 1932), l’autore legò indissolubilmente il proprio nome alla commedia, realizzando quasi tutti i suoi film migliori negli anni ‘30. Ci riferiamo a titolo come Mancia competente (1932), La vedova allegra (1934), L’ottava moglie di Barbablu (1938) e, soprattutto, Ninotchka (1939). Quest’ultimo, scritto come il precedente da Charles Brackett e Billy Wilder, è entrato nella storia del cinema (anche) per essere la prima commedia interpretata dalla Garbo (non a caso il film venne lanciato con lo slogar ‘Il film dove Greta Garbo ride!’)

Un’immagine tratta da ‘Vogliamo vivere’

Ma per trovare il suo film più importante bisogna arrivare al 1942 quando, in piena seconda guerra mondiale e cinque anni prima di morire a causa di un infarto, diresse Vogliamo vivere! straordinaria commedia satirica che irrideva, con la consueta irresistibile ironia, la follia nazista. Nominato per tre volte agli Oscar (per Lo zar folle, 1930; Il principe consorte, 1930 e Il cielo può attendere, 1944), lo ottenne alla Carriera nel 1947, pochi mesi prima di venire colto dall’infarto che gli fu fatale. Ma, nonostante se ne sia andato ad appena 55 anni, il suo ruolo nell’evoluzione della commedia resta imprescindibile. Tanto che nell’ufficio di Billy Wilder, a sua volta maestro indiscusso del genere, capeggiava una scritta incorniciata: ‘Come l’avrebbe fatto Lubitsch?’ Domanda che, come affermato dallo stesso autore de L’appartamento nel saggio Conversazioni con Billy Wilder, si poneva sempre prima di girare una scena difficile.


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